Relazione settimana


RELAZIONE

Il Sistema Sanitario Nazionale una risorsa o un problema per il nostro paese

Gabriele Romani

In questi ultimi mesi, sono stati pubblicati vari articoli in merito alla qualità del Servizio Sanitario Nazionale, alcuni allarmanti, altri in fin dei conti ottimistici.

Ma come stanno realmente le cose? Cercherò in poche righe di descrivere il contesto in cui ci troviamo.

Il Sistema Sanitario nasce quaranta anni fa, nel 1978, istituito con il compito non solo di curare le malattie, ma di prevenirle. Uno dei suoi valori era quello di un sistema universalistico che al fine di garantire a tutti l’accesso all’assistenza sanitaria senza barriere economiche, geografiche o culturali. Alla sua nascita il nostro era un paese ancora ottimista, l’economica andava bene, di bambini ancora ne nascevano (addirittura sono nato io due anni dopo!) ed eravamo un paese ancora giovane.

Oggi le condizioni socioeconomiche del nostro paese sono cambiate radicalmente, una crisi economica mondiale che dura da anni, un debito pubblico sproporzionato e l’età media della popolazione italiana che cresce più dei creditori.

La situazione demografica del nostro paese è dovuta in parte al tasso di natalità decrescente (tra i più bassi al mondo) e alla aumentata aspettativa di vita ( in questo caso tra le più alte al mondo).

L’Italia si colloca infatti al secondo posto dopo la Svezia per la più elevata speranza di vita alla nascita per gli uomini (80,3 anni) e al terzo posto dopo Francia e Spagna per le donne (84,9 anni), a fronte di una media dei Paesi dell’Unione Europea (UE) pari, rispettivamente, a 77,9 anni e 83,3 anni.

Ciò significa però che il numero di soggetti con più di una condizione cronica (multicronicità) sta aumentando con l’incremento dell’età della popolazione.  L’avere una o più patologie croniche è un fenomeno dilagante tra i pazienti di 65 anni e oltre.  Il progressivo aumento del numero concomitante di patologie croniche si accompagna a un incremento del rischio di mortalità, ospedalizzazione, terapia farmacologica inappropriata, reazioni avverse ai farmaci, duplicazione degli accertamenti e consigli medici contrastanti. A ciò va aggiunto anche che i quadri clinici di multicronicità sono spesso complicati dalla presenza di disturbi cognitivi, dalla presenza di disabilità e di tutte quelle condizioni che determinano la fragilità del soggetto anziano.

Il fenomeno della multicronicità è, inevitabilmente, associato a un aumento delle risorse economiche necessarie per gestire tale livello di complessità. (tratto da rapporto Osservasalute 2017).

In questi ultimi anni però abbiamo assistito ad un definanziamento costante del Sistema Sanitario, fino alla soglia del 2018 ( considerata a rischio) del 6,5% del Pil.

Nonostante il nostro sia il sistema che costa meno in assoluto tra tutti i paesi occidentali, ancora oggi è considerato uno dei migliori al mondo. Riuscendo ad avere gli stessi livelli qualitativi di Francia e Germania che investono molto più in salute.

Quindi è tutto oro quello che luccica? Bassi costi e alti risultati?

Purtroppo non è proprio così. I tagli lineari dettati da praticamente tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi dieci anni, sono stati scaricati sul personale del Servizio Sanitario.

Blocco del turn-over, con invecchiamento costante di chi lavora negli ospedali, un mancato ricambio generazionale e tanto precariato. A ciò si aggiunga che il costo del lavoro è il più basso tra i paesi occidentali (poiché i contratti e relativi stipendi sono fermi ad oltre dieci anni fa).

In questi giorni poi sono stati pubblicati i dati dello studio Osservasalute, che mettono alla luce il profondo divario fra Nord e Sud. Differenze che causa inequità talmente importanti, da avere una aspettativa di vita influenzata positivamente o negativamente a seconda del cap di residenza.

Mi avvio pertanto alla conclusione e cerco di rispondere alla domanda fatta nel titolo.

Il nostro Sistema Sanitario è fondamentale come collante sociosanitario, in una popolazione che sempre più avrà bisogno di assistenza, ma per fare ciò, bisogna che la politica in primis, torni a credere ad esso come una risorsa e non un problema. Pertanto si deve investire, in modo corretto e oculato, evitando gli sprechi, ma puntando alla qualità.