Riunione interattiva 04 AR 2026-27 Settembre. IRAN storia, politica, attualità a cura di Gabriele Abouk
Relazione settimana
IRAN
storia, politica, attualità
a cura di Gabriele Abouk
Introduzione
Ormai da decenni, l’Iran affronta una realtà costernata da violenza e oppressione. Nel tempo, il mondo ha avuto modo di visualizzare questo paese e il suo popolo principalmente per gli spiacevoli avvenimenti che hanno influenzato gli equilibri internazionali. Spesso è difficile comprendere a fondo questioni di attualità complesse come quella che sta affrontando l’Iran negli ultimi tempi, poiché affondano le loro radici nel passato; inoltre, rimanere al passo con le novità, riuscendo a distinguere fonti affidabili da notizie false o altamente propagandistiche, non è affatto scontato. Dunque, è importante conoscere alcuni punti fondamentali della storia di questo paese, al fine di poter sviluppare una riflessione sulla situazione attuale, in maniera più completa e in modo da riuscire a comprendere, oltre al piano geopolitico ed economico, anche la prospettiva di un popolo che soffre ogni giorno, da 47 anni, le atrocità di uno spietato regime teocratico.
Storia recente dell’Iran
L’Iran è l’odierna Persia. Nel corso dei secoli si susseguirono diverse dinastie che governarono l’impero e di cui ne espansero il dominio e l’influenza sugli altri popoli. La storia di questo Paese è antica e ricca di avvenimenti che hanno lasciato un’impronta sul mondo in cui viviamo oggi: ad esempio, la primissima dichiarazione dei diritti umani (anche se intesa in maniera leggermente differente da come è intesa oggi) è, infatti, attribuita a Ciro il Grande, il quale garantiva la libertà di culto ai popoli conquistati.
In Iran, l’idea di Stato moderno cominciò a prendere forma solo nel 1906, durante la Rivoluzione Costituzionale, quando dal sovrano venne finalmente concessa una costituzione; con essa vi fu un cambio di direzione verso la monarchia costituzionale. Nei decenni successivi, ci furono diversi riassestamenti a livello istituzionale e governativo, con un momentaneo ritorno all’assolutismo; inoltre, potenze come l’Unione Sovietica e l’Inghilterra, usufruirono delle risorse petrolifere dell’Iran, specialmente nei due conflitti mondiali, durante l’occupazione sovietica e inglese.
Dunque, alla fine della Seconda guerra mondiale, la situazione economica e amministrativa del Paese non era delle migliori. Per questo motivo, nel 1951, il primo ministro Mossadeq attuò una politica di nazionalizzazione dell’industria petrolifera, al fine di favorire una ripresa economica. Questa decisione creò malcontento da parte delle nazioni che, fino a quel momento, avevano goduto delle ricchezze dell’Iran.
Così, nel 1953, i servizi segreti britannici (MI6) e quelli statunitensi (CIA) orchestrarono un colpo di Stato, al fine di restituire il potere allo scià Mohammad Reza Pahlavi, che in quel periodo aveva assunto una posizione marginale, lasciando parecchio controllo al parlamento. Questa operazione fu nota a posteriori come “operazione Ajax”. Ovviamente tale svolta comportò un rafforzamento delle relazioni tra l’Iran e queste due potenze e perciò, negli anni, anche un avvicinamento al mondo occidentale, sia sotto il punto di vista commerciale, che sotto quello culturale. Infatti, nel 1963, lo scià attuò una serie di riforme per lo sviluppo economico e sociale del Paese, presentate con il nome di Rivoluzione Bianca. Questo progetto si sviluppò negli anni a seguire, coinvolgendo diversi settori: dal momento che gran parte della popolazione era analfabeta, lo scià istituì i Literacy Corps, ovvero un corpo di alfabetizzazione che reclutava giovani diplomati e implementava, nel servizio militare, spedizioni nelle zone rurali, al fine di estendere l’istruzione e incrementare l’efficienza dell’istituzione, riducendo l’analfabetismo e aumentando il numero di studenti nei villaggi meno sviluppati (da 760.000 si passò a 2,2 milioni nell’arco di qualche anno); il settore agrario venne completamente rinnovato, ridistribuendo ai contadini milioni di ettari di terre possedute dai grandi proprietari terrieri, al fine di rendere il singolo lavoratore più autonomo e direttamente partecipe allo sviluppo economico del Paese; importantissimo fu il maggiore coinvolgimento delle donne all’interno della società e del mondo del lavoro, concedendo anche a loro il diritto di voto fin dal 1963. Questa serie di riforme portò con sé il modello occidentale, con i suoi benefici e i
suoi aspetti meno virtuosi (ad esempio la tendenza consumistica). Per questo, l’Iran stava lentamente diventando un Paese moderno, che seguiva l’impronta delle grandi nazioni: moda, musica, intrattenimento, commercio; uno spicchio della realtà occidentale in Medio Oriente. Tale sviluppo socio-economico, così potente e rapido, fu percepito da molti come qualcosa di imposto dall’alto, seppure fosse utile e, in principio, giusto.
È interessante soffermarsi a riflettere su come sia controversa la figura dello scià Mohammad Reza Pahlavi: da un lato, si potrebbe considerare un uomo lungimirante sotto diversi punti di vista, che stava costruendo una nazione moderna, libera e potente; dall’altro lato, un monarca che si arricchiva sempre di più a discapito del popolo, che favoriva uno sviluppo disomogeneo e limitava la libertà di espressione all’interno del suo regno autoritario. Ebbene sì, per quanto il suo governo definì un periodo di pace e sviluppo, si trattò pur sempre di una monarchia, che non lasciava spazio a partiti d’opposizione. Infatti, nel 1957, lo scià istituì la SAVAK, ovvero la polizia segreta che, per anni, tenne sotto controllo il paese e organizzò diverse operazioni per smantellare organizzazioni
politiche contrarie alla monarchia, spesso sfociando in violenza e persecuzioni.
Dunque, poiché molti sostenevano che lo sviluppo fosse sbilanciato (prevalentemente perché coinvolgeva maggiormente le zone urbane, lasciando un po’ indietro quelle rurali), poiché c’era poca libertà di stampa e venivano perpetrate torture sui prigionieri politici (spesso giovani studenti che semplicemente esprimevano il loro dissenso), poiché il mondo si stava evolvendo e, allo stesso
modo, il popolo iraniano desiderava abbandonare quella restrittiva e arcaica forma di governo e avvicinarsi alla democrazia, la gente manifestò la volontà di cambiamento a partire dal 1978, attraverso proteste e rivolte. Queste tensioni raggiunsero il culmine nel 1979 con la Rivoluzione islamica.
Il clero sciita
Potrebbe sorgere spontaneo il dubbio riguardo a cosa potesse centrare l’Islam con la contrarietà alla monarchia e il bisogno di maggiore libertà. In effetti, per comprendere a fondo questo punto è necessario fare una digressione sul ruolo che in quegli anni aveva avuto la religione e il clero all’interno della società. A differenza di come molti pensano, l’Iran non era propriamente un Paese islamico; o, perlomeno, non come appare oggi. All’epoca, la religione era qualcosa di personale, che non influenzava la libertà delle persone (come invece succede attualmente): si trattava semplicemente di uno dei tanti aspetti della quotidianità, non di uno strumento di controllo e oppressione come lo è oggi; vi era libertà di culto e nessuno aveva paura di esprimersi in questo senso, tanto che esistevano sia moschee, sia chiese, sinagoghe e altri luoghi di culto. D’altronde, la maggior parte delle persone non seguiva molti dei precetti islamici (come le norme sull’abbigliamento o il divieto di bere alcol), sebbene potessero comunque seguire la fede e sostenere l’esistenza di un dio. Addirittura lo scià proponeva un modello estetico parecchio distante da quello idealmente musulmano e cercò sempre di evitare che la religione diventasse qualcosa che potesse condizionare le persone e la politica (nonostante lui stesso fosse un uomo di fede).
In una realtà come questa, libera e varia, vi erano chiaramente anche le menti più conservatrici e decisamente meno pluralistiche: il clero sciita, ad esempio, era uno di quei gruppi oppositori della monarchia ma soprattutto contrari al progresso che stava spingendo l’Iran verso il futuro. Uno dei maggiori esponenti del clero sciita negli anni ‘60-’70 era Ruhollah Khomeini, un uomo dedicatosi all’insegnamento teologico, che risultava ostile alla dinastia Pahlavi. Aveva infatti, più volte, espresso apertamente la sua contrarietà ai punti principali della Rivoluzione Bianca dello scià; per questo motivo, nel 1963, venne arrestato e successivamente esiliato. Questo avvenimento comportò delle brevi rivolte portate avanti dai suoi sostenitori per qualche giorno.
L’ordine venne ristabilito in fretta, ma l’immagine di Khomeini spiccava e acquisiva consenso da parte del popolo, in quanto unica opposizione abbastanza forte e concreta alla monarchia . Negli anni successivi il senso di ingiustizia causato dalla gestione politica ed economica dello scià continuò ad aumentare fra la gente e comportò una serie di rivolte che sfociarono nella Rivoluzione islamica del 1979.
Quello fu l’anno in cui cadde la monarchia, in cui lo scià decise di abbandonare il Paese (come affermò nel suo celebre discorso, in cui accettò di andarsene sperando, in questo modo, di placare le tensioni e il malcontento popolare). La versione che spesso viene raccontata è quella riportata dalla propaganda del regime instauratosi a seguito della rivoluzione, ovvero che il popolo era stanco della corruzione e della decadenza occidentale, la quale stava degradando anche l’Iran, e che vi era necessità di un rinnovamento spirituale e un rafforzamento del potere religioso, affinché esso
potesse governare il paese secondo la morale e la virtù islamica. In realtà il popolo si affidò alle mani del clero e di Khomeini (il quale divenne, poi, il simbolo della rivoluzione), poiché si trattava dell’unica opzione reale che non fosse la monarchia. E le persone, la monarchia, non la volevano più.
Rivoluzione islamica 1979
Purtroppo, però, le cose presero una piega spiacevole, e si passò a una situazione ancora peggiore: un regime teocratico. E si vide fin da subito la vera natura di questo nuovo governo, quanto fosse violento e retrogrado. Infatti, durante la rivoluzione, le scuole e le università chiusero per alcuni mesi e la maggior parte libri fu bruciata, dunque venne riscritta la storia e la cultura; i bar e i cinema furono assaliti e fatti chiudere; con essi vennero banditi gli svaghi legati alla “decadenza morale impartita dall’occidente”, ovvero musica, moda, danza, feste; scoppiarono guerriglie tra le
varie fazioni e vennero sterminati tutti i partiti di sinistra (che già avevano sofferto in età monarchica) da parte del nuovo regime. Già nel 1979, Khomeini cominciò a parlare dell’obbligo di portare il velo e, per questo suo discorso, ci furono grosse proteste da parte del popolo (anche se poi, da lì a poco, divenne legge). Nel 1980 l’Iran entrò in guerra con l’Iraq (all’epoca guidato da Saddam Hussein), e per otto anni si consumarono le solite atrocità causate dai conflitti armati: morì circa un milione di giovani soldati iraniani (i numeri variano a seconda delle fonti), costretti
ad andare al fronte per difendere una patria, per cui il vero pericolo era, in realtà, il proprio governo. Il regime si impegnò fin da subito per eliminare gli elementi culturali che non avessero a che fare con l’islam, oppure li reinterpretò in chiave religiosa: la bandiera iraniana, che riportava una simbologia antica legata alle radici della cultura persiana, venne modificata, sostituendo il vecchio stemma con l’emblema di quella che, da lì a poco, sarebbe diventata la Repubblica Islamica dell’Iran. Si può dire che il popolo iraniano sia stato “derubato” della propria rivoluzione e
manovrato verso una destinazione diversa da quella a cui puntava. Ma questo non è successo solo per mano del clero sciita, che indirizzò le rivolte, plasmandole secondo i propri interessi; bensì, ebbero un ruolo importante anche le potenze occidentali: nel gennaio 1979 ebbe luogo la Conferenza di Guadalupa, sull’omonima isola, a cui parteciparono Francia, Stati Uniti, Regno Unito e Germania dell’Ovest. Queste quattro nazioni, che negli anni avevano stretto patti con l’Iran e garantito sostegno politico, decisero che lo scià non era più in grado di governare efficacemente; dunque scelsero di non sostenere più la dinastia Pahlavi e di lasciare il popolo iraniano nelle mani di Khomeini. Occorre, però, ricordare che questi Paesi avevano sempre avuto rapporti con l’Iran per portare avanti i propri interessi, specialmente durante la Guerra fredda. Infatti, subito dopo la Seconda guerra mondiale, avere un alleato in Medio Oriente come l’Iran (che, tra l’altro, confinava con l’Unione Sovietica) rappresentava un grosso vantaggio: in questo modo, i partiti di sinistra iraniani sarebbero stati eliminati dalla monarchia; se fosse scoppiata una
guerra nella regione, ci sarebbe stato un grosso guadagno dalla vendita di armi; e stringere patti con un paese che possedeva ingenti risorse petrolifere poteva significare risparmiare sull’acquisto del greggio. E queste sono ottime basi per un accordo che, in cambio, semplicemente sostiene e legittimizza il potere del monarca (come successe, ad esempio, nel 1953). Ma lo scià, che doveva essere la garanzia vivente di queste ipotetiche condizioni, impiegò le risorse a sua disposizione per incrementare il benessere e il funzionamento del suo Paese (anche se poi il malcontento popolare portò alla caduta di questo governo). Dunque, non sorprende notare come, in un momento di difficoltà, in cui gli interessi economici erano trascurati, la decisione più comoda per i Paesi occidentali fosse quella di tirarsi indietro, favorendo così la nascita di una teocrazia spietata e sanguinolenta (con cui poi ebbero difficoltà a livello diplomatico, ma che sterminò i partiti di sinistra in Iran e con cui ebbero anche la possibilità di vendere armi per la guerra con l’Iraq). La questione diventa ancora più chiara considerando che Khomeini, tra il ‘78 e il ‘79, visse in Francia, dove fu accolto e assecondato nella diffusione del suo ideale rivoluzionario.
Struttura del regime
Negli anni a seguire, il regime divenne sempre più potente, arricchendosi grazie alle risorse del Paese e lasciando in difficoltà la popolazione. L’obiettivo di questo governo non è mai stato quello di servire la patria e di occuparsi del benessere dei propri cittadini, bensì quello di guadagnare e sopravvivere a discapito della gente comune. Infatti, la sua struttura è studiata in maniera strategica, suddivisa in organi ben definiti e delineata da una gerarchia molto forte, finalizzata solo al sostentamento dei propri interessi. In cima alla piramide del potere e del prestigio c’è la Guida Suprema, eletta dall’Assemblea degli Esperti, ovvero un consiglio formato da 88 ayatollah (titolo attribuito agli esperti di giurisprudenza e teologia all’interno dell’islam sciita); la Guida Suprema ha potere assoluto e carica a vita.
Successivamente vi è il Consiglio dei Guardiani, il quale ha potere di veto sulle proposte di legge e supervisiona politici, elezioni e candidati. Come organi politici esisterebbero anche il parlamento e altre assemblee, ma sono istituzioni che passano in secondo luogo e che hanno un potere quasi fittizio in confronto a quello delle istituzioni puramente islamiste che caratterizzano il regime. Sul piano più pratico e concreto, che prevede la gestione interna, vi sono i Pasdaran (IRGC), i cosiddetti “guardiani della rivoluzione”, un corpo fondato subito dopo la rivoluzione del ‘79, con l’obiettivo di proteggere il regime e garantirne la longevità (ideologia che non si cura minimamente dei cittadini, ma solo dei propri interessi economici). Si tratta di un vero e proprio esercito, che supera la semplice funzione militare e gestisce l’economia del paese (commercio internazionale, banche) e organizza la repressione interna del dissenso. Ai Pasdaran rispondono i Basij, un corpo
paramilitare che, in sostanza, mette in atto la violenta repressione studiata dai piani alti; collabora strettamente con la polizia morale, la quale si impegna quotidianamente per mantenere l’ordine e far rispettare le leggi, tra cui il divieto di ascoltare musica non religiosa, l’obbligo di indossare il velo, il divieto di consumare alimenti proibiti dalla religione, il rispetto delle norme che qualificano le festività islamiche (come il digiuno durante il Ramadan).
Il regime è molto ben organizzato, sia a livello gerarchico e di assegnazione di incarichi, che a livello geografico e di diffusione delle basi in tutto il Paese (e anche nei Paesi limitrofi); è studiato in maniera che possa sopravvivere e continuare ad operare anche in situazioni critiche, in cui alcuni organi non funzionano più o perdono potere (in caso di guerra o sommosse, per esempio). Inoltre è uno dei maggiori finanziatori del terrorismo a livello globale (Hezbollah, Hamas, Houthi, milizie sciite in Iraq, Siria, Pakistan, Afghanistan). Tutti questi frammenti del regime collaborano tra loro e dirigono anche le istituzioni che per natura non sono islamiste (come il parlamento, l’esercito, ecc.), ma che sono costrette ad operare secondo il volere del fanatismo islamico. Si tratta di una complessa rete di potere che opera unita, ma che è in grado di sopravvivere a compartimenti, in caso di necessità; dunque è molto difficile da smantellare, soprattutto per le ricchezze che possiede
(rubate negli anni al popolo iraniano) e per l’influenza che ha su milizie e partiti politici dei Paesi limitrofi.
47 anni di repressione e violazione dei diritti umani
Il popolo iraniano vive una quotidianità condizionata da violenze di ogni tipo e controllata sia a livello pubblico, che privato. Innumerevoli sono i diritti violati dal folle totalitarismo che avvelena la vita delle persone da decenni. In tutti questi anni, il regime ha utilizzato la propaganda per indottrinare la gente e per acquisire consenso. Le generazioni nate a cavallo del 1979 o dopo, poiché non
hanno vissuto quell’epoca di maggiore libertà e apertura precedente alla rivoluzione, hanno una visione del mondo che è costantemente minata dalla realtà che il regime propone come normalità. Ciò non significa, però, che questo governo sia effettivamente riuscito, nel tempo, a legittimare le proprie azioni agli occhi del popolo; anzi, sin dalle prime violazioni, le persone hanno sempre protestato per i propri diritti, sebbene ciò comportasse mettere a rischio la propria vita.
Lo strumento principale del regime è la paura, perché è il modo più efficace per rinchiudere un popolo in un certo sistema e offuscare le vie d’uscita. Inoltre, il fatto che si tratti di una dittatura religiosa, implica l’imposizione di regole che limitano anche la libertà nella vita privata, oltre che nella realtà collettiva. Ad esempio, fra i tanti divieti vi è quello di ascoltare musica non religiosa, consumare alimenti proibiti dall’islam, possedere libri che promuovono ideali divergenti da quelli su cui si basa la legge islamica, organizzare feste in occasione delle celebrazioni non religiose,
legate all’identità culturale. Ipotizzando il caso in cui un agente del regime dovesse accorgersi che qualcuno sta violando tali regole in casa propria, egli sarebbe autorizzato ad irrompere ed eseguire il sequestro degli oggetti proibiti ed, eventualmente, l’arresto dell’individuo. Il regime è ancora più restrittivo negli ambienti pubblici dove anche per delle banalità come una ciocca di capelli che fuoriesce dal velo, una canzone fischiettata per strada o un uomo e una donna non imparentati che conducono un’interazione che vada oltre allo stretto necessario, si può andare
incontro ad arresto, detenzione, torture, morte. Ci sono innumerevoli testimonianze di abusi fisici e psicologici eseguiti all’interno delle prigioni (spesso anche su minorenni). Ad esempio, una pratica spesso utilizzata, prevede lo stupro di una detenuta femmina condannata a morte, il giorno prima dell’esecuzione; questo perchè, secondo la legge islamica, una donna che muore vergine è destinata al paradiso, mentre una donna che ha perso la verginità finirà all’inferno. Così, le detenute sono costrette a contrarre un matrimonio temporaneo con una guardia carceraria che, in questo modo, è autorizzata a consumare l’abuso. Le esecuzioni, poi, sono spesso eseguite pubblicamente nelle grandi piazze. Ad oggi le proteste e la disobbedienza delle regole non si fermano, ma c’è un altro strumento di resistenza che le persone hanno a disposizione: mantenere viva l’identità culturale legata alle radici della storia persiana.
Cultura persiana
La cultura persiana è molto antica, più dell’islam. Nei secoli è rimasta integra (sebbene si sia evoluta e abbia integrato nuovi elementi), sopravvivendo all’invasione araba, la quale comportò il rischio di perderla; ad oggi, tradizioni legate allo zoroastrismo (religione che si diffuse in Persia migliaia di anni fa), sono ancora molto sentite e costituiscono un elemento di resistenza al tentativo di cancellazione culturale da parte del regime (il quale preferirebbe la celebrazione di ricorrenze e la sopravvivenza di usanze unicamente islamiche). Infatti, nonostante nei secoli siano
stati assorbiti elementi della tradizione araba e musulmana, la lingua che ancora oggi si parla in Iran è il farsi (lingua di ceppo indo-europeo, dunque molto diversa dall’arabo); inoltre, i principi fondamentali dello zoroastrismo plasmano, in parte, la mentalità comune delle persone; essi sono: pensare bene, parlare bene, agire bene. Il concetto alla base di questa religione è il trionfo del bene e della luce, sul male e sulle tenebre. Inoltre, l’uomo è visto come un custode della natura, ed è tenuto a celebrare la vita e la prosperità di quest’ultima (concetto legato alle necessità
pratiche dei popoli contadini che svilupparono questa corrente di pensiero). Il Nowruz, ovvero il capodanno persiano, si celebra tra il 20 e il 21 marzo, proprio durante l’equinozio di primavera, il quale indice l’inizio della stagione fertile e la rinascita della natura. Elementi come il fuoco (la fiamma vitale, pura e splendente) e l’uovo (la vita) sono sacri nello zoroastrismo e ricorrono nelle decorazioni e nelle celebrazioni delle festività.
Una mentalità del genere, basata sul bene e sulla vita, è decisamente mal vista da un regime che impone la sottomissione a dio e il soffocamento di ogni forma di piacere o di espressione della persona; per questo motivo, la cultura persiana è un potente strumento di opposizione. Infatti, il popolo continua a ribellarsi disobbedendo alle imposizioni della morale islamica e festeggiando, cantando e ballando, nonostante sia estremamente rischioso. Perché è questa la vera natura degli iraniani e non quella che purtroppo traspare dai notiziari, quando vengono riportate le follie
del regime. È importante, al fine di comprendere ancora meglio l’ingiustizia subita dal popolo, prestare attenzione alla partecipazione religiosa al giorno d’oggi. Se prima della rivoluzione, l’islam era una scelta (come lo era qualsiasi altra fede o credenza), con la nascita della Repubblica Islamica è diventato un obbligo. Le minoranze religiose sono state perseguitate fin da subito e lo sono tuttora. Ma in una realtà che impone una fede, svuotandola del suo significato primordiale e utilizzandola come mezzo di potere, privando persino i credenti del loro senso di orgoglio e di appartenenza nel praticarla, gli iraniani cosa pensano? Esiste uno studio statistico condotto dal gruppo di ricerca GAMAAN, costituito da studiosi in esilio, che analizza su larga scala e in
maniera anonima (al fine di proteggere la persone) il vero pensiero della popolazione e la reale credenza religiosa: a mala pena il 32,2% della popolazione risulta essere musulmana sciita; esiste poi un 5% di sunniti, un 22,2% che non si identifica in nessuna religione, un 8,8% di atei, un 5,8% di agnostici, un 7,7% di zoroastriani e diverse altre minoranze che completano lo studio. Dunque la maggior parte della popolazione non è musulmana. I ricercatori, inoltre, affermano che la percentuale di seguaci dell’islam sia sovrastimata, poiché, nonostante il sondaggio sia stato
eseguito in maniera da non esporre gli intervistati, le persone sono comunque terrorizzate nell’esprimere la loro sincera opinione. Ciò significa che, con molta probabilità, la percentuale di musulmani è ancora inferiore rispetto a quella riportata dallo studio, e che il dato reale si aggiri tra il 20-25%; inoltre si tratta di un numero in calo, dovuto al fenomeno sempre più diffuso (soprattutto fra i più giovani) dell’apostasia (sentimento comprensibile quando la propria vita è annichilita da una religione, che nel tempo ha solo causato danni e sofferenze).
Il fatto che una buona parte delle persone nel mondo non conosca la realtà della condizione iraniana, credendo che ci sia sostegno da parte del popolo nei confronti di questo regime e un senso collettivo di appartenenza all’islam, è un torto enorme che questo popolo subisce, a cui provoca parecchia frustrazione, soprattutto quando a tre quarti della popolazione non è permesso di esprimere la loro vera fede. È essenziale non commettere l’errore di associare il popolo, la storia e le tradizioni al governo e all’islam. Per questo, abbattere l’ignoranza e possedere una base di
conoscenze sulla cultura persiana, significa partecipare alla resistenza del popolo contro il regime.
Oggi
La situazione attuale in Iran è molto complessa. Il Paese, reduce dall’attacco di giugno 2025 che scatenò la Guerra dei dodici giorni, nei mesi a seguire si è ritrovato in serie difficoltà economiche, ancora più importanti di quelle già esistenti. Infatti, in decenni di corruzione, vendita sottobanco di petrolio (di cui gli incassi, chiaramente, sono stati trasferiti su conti esteri legati ad esponenti del regime) e poca cura delle istituzioni, il cittadino medio ha dovuto affrontare un’inflazione sempre più aggressiva e un calo in borsa della valuta iraniana, oltre alla precarietà dei servizi statali. Tra l’altro, il potere d’acquisto di oggi è molto inferiore rispetto a quello pre-rivoluzione e continua a diminuire. Insomma, una situazione che è andata peggiorando ogni anno e che sicuramente non è stata aiutata dal conflitto armato. Così, i cittadini, già al limite delle loro possibilità, si sono uniti in protesta a fine dicembre 2025. Queste sommosse, iniziate con il pretesto economico, si sono ampliate e, come tutte le espressioni passate di dissenso, sono diventate una ribellione generale al governo. Insomma, non si tratta di una semplice rivolta popolare dovuta solo alla devastante inflazione, bensì di una delle tappe di un lungo percorso di resistenza che non si è mai fermato in 47 anni. E come ogni volta, purtroppo, questo movimento è stato contenuto con violenza dal governo iraniano. Infatti, dopo quasi due settimane di proteste, a gennaio 2026, tra l’8 e il 9, il regime ha sospeso completamente la rete internet e le linee telefoniche, impedendo alla popolazione di comunicare sia all’interno del Paese, che con l’esterno. Questa decisione è stata presa per impedire che il mondo assistesse al massacro che si sarebbe compiuto in quei giorni: non è
facile stabilire un numero preciso delle vittime della repressione attuata, ma diverse fonti affermano che il numero si aggiri attorno agli 80.000 morti, 360.000 feriti e 53.000 arresti. Le persone, le quali stavano manifestando a mani vuote, solo con pietre e bastoni per difendersi, hanno avuto un riscontro violentissimo e senza pietà, che ha coinvolto l’utilizzo di munizioni da guerra. Per gestire le rivolte, il regime ha organizzato le forze interne e reclutato milizie irachene e siriane (quelle che, fra i vari gruppi terroristici, sovvenziona ingentemente), le quali non si sono fermate neanche di fronte a bambini indifesi che manifestavano pacificamente, cantando e reclamando la libertà che non è mai stata concessa loro. Si è consumato un massacro enorme e per due settimane il mondo intero ha avuto accesso limitato a immagini e video degli accaduti, poiché le comunicazioni erano interrotte. Verso fine gennaio, le proteste, che avevano causato molti danni ed eliminato alcune basi operative e governative (oltre ad agenti e luogotenenti del regime), sono state ridimensionate e lentamente sono cessate; al che è stato ristabilito un accesso limitato ad internet, durato relativamente poco, dato che il 28 febbraio è scoppiata la guerra con gli Stati Uniti e Israele. Dunque nuovamente comunicazioni in blackout (durato fino a fine maggio), crisi nella gestione della difesa, molte perdite, 54.000 unità civili colpite e 2,5 milioni di sfollati solo nelle prime tre settimane di conflitto.
Una condizione che non lascia respiro al popolo iraniano, ma che sicuramente destabilizza il regime e apre strade di boicottaggio e resistenza armata. Infatti, con la notizia della morte dell’ayatollah Ali Khamenei, c’è stato un momento di speranza che, però, è stato smontato immediatamente dalle bombe e dall’inarrestabile e disumana sete di potere dei due guerrafondai Donald J. Trump e Benjamin Netanyahu. Se l’idea era quella di una guerra lampo, si può dire che sia stato un fallimento; al momento della stesura di questo testo, il conflitto è ancora in corso e
molto probabilmente durerà ancora parecchio, se nessuna delle due parti decide di porre fine a questo scempio: il regime è studiato per operare in situazioni come queste, dunque, anche quando sembra debole e sull’orlo del collasso, sta in realtà lavorando a compartimenti, che non hanno bisogno di rispondere a nessuno. Si sa, la guerra, alla fine, colpisce sempre gli innocenti e gli indifesi. Soprattutto quando fra le tante vigliaccherie, il governo costruisce basi militari di fianco a scuole e ospedali o addirittura trasferisce armi e truppe negli edifici stessi.
Conclusione
La storia recente dell’Iran è un vortice di violenze e soprusi, che continua a stravolgere la vita delle persone e ad oscurare una cultura ricca e articolata. Non sarà la guerra a fermare questo declino, ma il popolo che, continuando a resistere, troverà la forza di ribaltare questo regime e finalmente tornare a vivere. Ora più che mai, è necessario che nessuno rimanga inerme di fronte a questi avvenimenti; ogni presa di coscienza è un sostegno in più a questa battaglia per i diritti umani.
Fonti:
Encyclopaedia Iranica
Iran – A Country Study
GAMAAN
Enciclopedia Treccani
Wikipedia
ONU
Gabriele Abouk
Settembre 2026
Bologna
