Riunione interattiva n. 14 – 15 febbraio-1 marzo: Francesco Piazzi è il Presidente della Commissione per l’Etica e la Leaderschip
Relazione settimana
Francesco Piazzi Presidente della Commissione per l’Etica e la Leadership
Distretto 2072 annata rotariana 2021/2022
Rotary e amicizia
Mi guarderò bene dal cercare di definire l’amicizia, non dico l’amicizia in generale, ma neppure quella rotariana in particolare. L’argomento è complesso, toccato da pensatori di ogni tempo, vario in rapporto a tempi e culture diversi. Non aiuta la polivalenza semantica dei termini amicizia e amico, che derivano da un termine ancora più sfuggente, amore.
Provo a cogliere alcune suggestioni da pensatori antichi e moderni che hanno riflettuto sul concetto di amicizia, per vedere se alcuni significati assegnati nei secoli al termine amicizia possono riguardare l’amicizia rotariana.
Partiamo dai Romani, non foss’altro perché latine sono le parole amicus e amicitia, da cui derivano i nostri amico e amicizia.
Cicerone
Il concetto latino di amicitia comprende due versanti:
- il primo, morale, è relativo alla sfera affettiva ed è connotato dal disinteresse e dall’altruismo nel rapporto con l’altro: l’amicizia è l’incontro perfetto (consensio) di tutti i motivi umani e religiosi (divinarum humanarumque rerum), realizzato con la benevolenza e con l’amore (Lael. 20). Dunque, amicizia disinteressata e basata su affinità elettive;
- il secondo versante è invece quello pratico, dell’interessse in vista di un risultato, un vantaggio personale sia in ambito privato sia in ambito pubblico: ci procuriamo le amicizie per ottenere un comune vantaggio attraverso reciproci favori ( Amer. 111).
È la stessa definizione che darà un intellettuale del Seicento: “Quella che gli uomini hanno chiamato amicizia non è altro che un’alleanza, una reciproca cura d’interessi ed uno scambio di servigi: insomma, una relazione in cui l’egoismo si prefigge sempre qualche utile” (François de la Rochefoucauld, 1613-1680).
Come vedete, Cicerone oscilla pendolarmente tra i due poli del disinteresse e dell’interesse.
Sallustio
Sempre applicato alla sfera pratica, il termine amicitia si può colorare di una forte connotazione politica, poiché saranno facilmente considerati amici coloro che condividono i medesimi obiettivi, come risulta da questo passo sallustiano: Un’idea di amicizia basata su affinità elettive è anche in questa definizione sallustiana: idem velle atque idem nolle, ea demum firma amicitia est (Cat. 20, 4). Si badi che chi pronuncia questa frase è un golpista.
L’eteria greca (ἑταῖρος, ἑταιρεία)
In questo senso potrebbe essere utile il confronto con l’eteria greca (ἑταῖρος, ἑταιρεία) compagnia, club di nobili con comuni interessi politici o familiari per i quali era fondamentale la convivialità: e in ciò esisterebbe un’analogia con l’amicizia rotaria. Negli incontri gli etairoi progettavano il futuro politico della polis, ma anche fruivano poesia, musica (momenti analoghi alle conferenze nella conviviale rotariana), per non dire della componente legata all’eros che vedeva il contributo delle amiche, le etere.
Per l’esclusione delle etère il Rotary si differenzia dall’eteria. Ma anche per l’esclusione programmatica della componente esplicitamente politica, soprattutto se politico è sinonimo di partitico.
Amicizia e raccomandazioni
Tornando a Roma, può essere interessante citare una lettera di Plinio all’amico Prisco. Tra gli amici di Plinio esiste un tale Crescente; fra gli amici di Prisco c’è Massimo che deve saldare a Crescente un debito. Plinio avverte Prisco che il debito deve assolutamente essere pagato; un rifiuto costituirebbe un’offesa a Plinio stesso. Se il tuo amico non regola il debito col mio amico la nostra amicizia ne risentirà.
Amicizia e raccomandazioni
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Plinio |
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Prisco |
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Crescente |
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Massimo |
Se no:
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Plinio |
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Prisco |
Qui si innesta la questione del rapporto tra amicizia e raccomandazioni, a Roma normalissime e non sottoposte ad alcuna sanzione etica. Per noi pure normalissime, anche se però non godono della medesima considerazione eticamente positiva. Durissima, la condanna del sociologo Francesco Alberoni, autore di un saggio famoso, intitolato L’amicizia (Garzanti 2002):
“La parola amicizia ha finito per indicare i privilegi, grandi e piccoli, in un sistema che, se fosse giusto, dovrebbe essere invece retto da criteri di merito. […] L’amicizia appare, perciò come una fonte di ingiustizia. In una società giusta le posizioni vanno attribuite non in base all’amicizia, ma al merito valutato in modo imparziale. I servizi sociali devono erogare le loro prestazioni non ai raccomandati, ma a tutti. Un sistema amministrativo infiltrato dall’amicizia è clientelare, mafioso, ingiusto”.
La questione interessa in modo particolare un’istituzione come quella rotariana, dove l’eccellenza professionale è uno dei tratti maggiormente distintivi. Ma l’eccellenza professionale non dovrebbe dipendere dall’amicizia, bensì dal merito personale.
Filosofi antichi
Anche per Aristotele, nell’Etica Nicomachea, fondamento dell’amicizia può essere da un lato l’utile o il piacere reciproco, dall’altro il bene. Nei primi due casi l’amico è amato per quello che di utile o di piacevole proviene da lui, non per quello che egli è. Si tratta di amicizie rapide e fuggevoli perché le persone non restano sempre uguali, e quando non sono più piacevoli o utili, l’amicizia cessa.
Dopo Aristotele, il tema fu largamente sviluppato, specie dagli stoici e dagli epicurei, che ne fecero uno dei capisaldi della loro etica: l’amicizia è, infatti, una delle principali esperienze della vita del saggio.
Nel cristianesimo
Il concetto dell’amicizia sulla base della definizione aristotelica è assunto dal cristianesimo e trasformato: al di sopra
dell’amicizia naturale e umana, che è selettiva (tra persone che hanno qualcosa in comune) vi è quella cristiana, estesa all’umanità intera e fondata sull’amore fraterno che congiunge gli uomini fra loro. C’entra questa idea di amicizia universale, cioè rivolta anche a chi non si conosce, col Rotary? Probabilmente sì, perché si connette alla vocazione filantropica del Rotary.
Philanthropia e humanitas
Ma in questo universalismo amicale – che potremmo chiamare philantropia – prima ancora del Cristianesimo c’entra il concetto di humanitas, che è una specificità del mondo romano.
Per dare un po’ più di concretezza a un discorso che rischia inevitabilmente di rimanere astratto e generico, Cito una scena di una commedia di Terenzio, l’Eautontimoruménos, che significa in greco “punitore di sè stesso”.
Un tale è oppresso dal rimorso di aver costretto il figlio ad arruolarsi in terra straniera. Il vicino di casa Cremète cerca di consolarlo e motiva la propria disponibilità a stare ad ascoltare le pene dell’uomo, che quasi non conosce, in termini di solidarietà semplicemente umana: homo sum: humani nihil a me alienum puto, “Uomo sono: nulla di ciò che è umano mi è estraneo”. Dunque, in nome di un legame che esiste tra tutti gli uomini, proprio e soltanto perché sono uomini.
Di qui l’importanza di un atteggiamento di benevolenza programmatica, di gentilezza d’animo, affabilità, educazione, fair play, tutte componenti dell’humanitas, tutti tratti specifici dell’uomo humanus et politus che costituisce un modello per il rotariano.
Quando venni al Rotary, forse perché avvezzo a modi più ruvidi, fui colpito dalla grande affabilità con cui ero accolto. Tutti mi davano la mano e mi chiedevano, come stai? e poi schizzavano via unti, come si dice a Bologna. Pensavo, se vuoi sapere come sto, te lo dico, però devi stare lì ad ascoltarmi. Se non te ne frega niente, perché me lo chiedi? È l’influsso dell’inglese, dove how do you do? non richiede che io risponda come sto. Ma quella è un’altra lingua, un’altra cultura. Questa affabilità amicale, questa signorile gentilezza ha qualcosa a che fare con amicizia?
L’amicizia tra persone che si frequentano poco, o distanti o che addirittura non si conoscono
È corretto parlare di amicizia nei confronti di persone che si frequentano saltuariamente per il tempo di una conviviale o si conoscono da poco tempo o non si conoscono proprio (ξενική φιλία), se appartengono a un altro Club, magari di un’altra città o di un’altra nazione? Il tipo di interesse, di gentilezza programmatica che Cremete ha per il suo vicino può qualificarsi in termini di amicizia tout court?
A Roma il patto di mutua amicizia tra sconosciuti era sancito dalla tessera hospitalis, un manufatto in pietra o metallo recante i nomi dei due amici che risiedevano lontani, l’ospitante e l’ospitato, che veniva spezzato in due parti, valide come segno di riconoscimento anche per i discendenti, vincolati a loro volta dal patto di amicizia contratto dagli antenati.
In Grecia questo oggetto spezzato in due metà era chiamato σύμβολον – qualcosa che sta al posto di qualcosaltro (è la definizione che il semiologo darebbe di simbolo) – perché ci dice Platone, nel Simposio, “Ognuno di noi è la contromarca di un uomo … E ciascuno cerca sempre la contromarca di se stesso” (Plat. Simp. 191 d). La ricerca dell’amico come completamento di se stesso.
| La ξενική φιλία
La tessera hospitalis
Il σύμβολον di Platone (Plat. Simp. 191 d)
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In questa prospettiva umanistica di amicizia universale tra gli uomini, di philantropia, può collacarsi l’amicizia rotariana.
Anche se poi sia Cicerone che Aristotele, pur amettendo la possibilità di amicizia a distanza, chiariscono che il vincolo amicale è tanto più stretto quanto più si è vicini nello spazio e quanto maggiore è la reciproca frequentazione.
E qui tocchiamo una contraddizione dei Club rotariani, dove le difficoltà di fare quadrare il bilancio provocano un paradosso: che sono più amici del Club quelli che pagano la quota ma non vengono a mangiare, di quelli che sono sempre presenti, ma aihimé mangiano anche. Di sicuro c’è che amici del Club non sono quelli che vengono a mangiare e non pagano.
Il lessico rotariano dell’amicizia
Ma qui si pone un problema lessicale. Tralascio la questione dell’abuso del termine amicizia nelle reti sociali digitali, nei social network, dove amicizia è usato al posto di contatto. È un fraintendimento epocale, che però credo che non riguardi, per motivi di cultura e anagrafici, i rotariani.
Il lessico rotariano dell’amicizia
L’uso indiscriminato del termine amicizia nei testi rotariani e discorsi programmatici dei presidenti e dei governatori rischia di far passare il concetto che essere tra rotariani voglia dire automaticamente essere tra amici; che un rotariano, in quanto tale, sia obbligatoriamente amico di ogni altro rotariano, anche di chi non ha mai visto né conosciuto.
C’è chi all’interno del Rotary ha sollevato la questione lessicale, facendo notare che il Manuale di Procedura scritto in inglese, quando si riferisce ai rapporti tra rotariani, non usa in genere friendship che indica senza ambiguità l’amicizia, ma fellowship, parola meno impegnativa, che non indica tanto l’amicizia quanto una companionship, una generica appartenenza, una condivisione di interessi simili. Resta il fatto che i Manuali francesi traducono camaraderie, gli spagnoli compañerismo, i tedeschi non traducono conservando la parola inglese fellowship (e non Freundschaft). Probilmente i corrispondenti italiani camerata e compagno non sono stati presi in considerazione perché troppo politicamente connotati.
Forse per il Rotary può valere la distinzione che fa Aristotele tra εὔνοια e φιλία, cioè tra benevolenza e amicizia. Quella tra rotariani, in quanto rotariani, può considerarsi amicizia (nel senso della prima definizione ciceroniana) o semplice benevolenza?
Convivialità e rito
C’è un nesso tra la puntuale frequenza nelle conviviali e l’amicizia? In che senso questa frequenza può alimentare e rafforzare il vincolo amicale, comunque lo si intenda? Qui si potrebbe parlare a lungo sul valore simbolico del convivio in generale, dal lat. convivium, der. di convivĕre «vivere insieme», con riferimento alle accezioni figurate del termine: dal Convito platonico – termine con cui è anche noto il dialogo platonico Συμ-πόσιον – al Convivio dantesco. Ma forse la conviviale può rafforzare l’amicizia in quanto può assumere il valore e la forza di un rito. Ce lo dice, con tutta la delicatezza e la poesia di cui è capace, lo scrittore-aviatore Antoine de Saint-Exupéry, nel passo del suo Petit Prince in cui la volpe fa capire al piccolo principe la connessione tra amicizia e ritualità:
Il piccolo principe ritornò l’indomani. “Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora”, disse la volpe. “Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò a essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore … L’amicizia vuole dei riti” “Che cos’è un rito?” disse il piccolo principe.
“Anche questa è una cosa da tempo dimenticata”, disse la volpe. “È quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore. C’è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza”.
Per molti di noi la settimanale (o quindicenale che sia) conviviale rotariana è un rito. Non pretendo che il rotariano attenda l’ora della conviviale con la trepidazione, la tensione affettiva e la carica emozionale della volpe, tuttavia è innegabile il rinforzo che il rituale ha sul sentimento con cui ci si appresta a incontrare persone con le quali per lo meno stiamo bene insieme. Rinforzo affettivo che, ovviamente, non può riguardare chi diserta le conviviali.






