Relazione settimana

AFGHANISTAN, UNA TRAGEDIA CHE CI APPARTIENE

Parlare di Afghanistan in questo periodo può apparire come un esercizio rischioso perché si tratta di un argomento spinoso e segnato da controversie particolarmente drammatiche per chi vive nel paese ed anche per l’Occidente che ne è uscito, dopo vent’anni di occupazione militare, decisamente malconcio. Sicuramente ci sono alcuni dati di fondo che si possono ritenere ormai ben definiti: i guerriglieri che hanno preso i “pieni poteri” nel paese non hanno alcun interesse ad ascoltare il popolo e prevale una diffusa paura che porta la maggioranza dei cittadini a dichiararsi contenta delle politiche del nuovo Emirato Islamico solo perché preoccupati di poter perdere la propria vita.

Va detto con chiarezza che l’avanzata dei talebani è stata inarrestabile grazie ad una serie di azioni militari ben congeniate, capaci di isolare il nemico straniero e di condurlo ad un arretramento sistematico conclusosi con una sconfitta paragonabile solo al Vietnam. I militari, addestrati dalle forze occidentali, si sono mostrati completamente inadeguati rispetto alle sfide a cui erano chiamati ad agire mentre si sono rilevate granitiche e “portatrici di speranza” le proteste che hanno invaso le città afghane con ragazze e ragazzi che hanno sventolato con orgoglio la bandiera nazionale.

Una città che potrà rappresentare una vera e propria spina nel fianco dei talebani è sicuramente Jalalabad dove possiamo rintracciare una popolazione caratterizzata da un’etnia pashtun maggioritaria e varie minoranza: essendo anche una zona di forti e radicati traffici commerciali con India e Pakistan è possibile sottolineare un deciso radicamento di visioni del paese più “globali” e meno integraliste (come invece accadde nelle zone rurali o di montagna). Sono in corso, proprio in questa città, continue proteste pacifiche che rappresentano una novità per il paese stesso: forse questo può rappresentare l’unico seme di una speranza che non muore (figlio dei vent’anni di presenza occidentale) a cui gli stessi talebani non sono adeguatamente abituati a fronteggiare, in quanto dediti prevalentemente a scontri armati. Non a caso a Herat i talebani hanno picchiato ferocemente un giovane che indossava una t-shirt a maniche corte: questo poi è niente a confronto di quanto accade alle donne. I più colpiti sono sicuramente gli attivisti, gli influencer e, in generale, i giovani che hanno particolari capacità nel raccontare attraverso i social network ciò che accade nel loro paese. Per questo vengono ricercati, minacciati e obbligati a lavorare per la propaganda del nuovo Emirato Islamico. Una propaganda che viene girata con militari talebani con il kalashnikov che ordinano al giovane di turno ripreso dalle telecamere cosa deve dire: una dichiarazione non corretta può portare alla sua morte immediata. È un clima dove prevale la paura e una sconfinata tristezza per ciò che sta accadendo.

Va detto anche che i talebani stanno mettendo in atto una farsa internazionale per tentare di farsi accettare e riconoscere dalla comunità internazionale: già il solo fatto di volersi adeguare al diritto internazionale ma “nel rispetto della sharia” dimostra una precisa volontà di escludere le donne dalla vita pubblica del paese e per questo non potranno entrare in Parlamento, non potranno diventare magistrate e non potranno testimoniare in giudizio. Siamo chiamati dunque a non commettere l’errore imperdonabile di considerarli “diversi” da quello che sono in realtà, non cadendo in errore a causa della montagna di apparenze che hanno creato ad arte.

Il nuovo Emirato Arabo Afghano rappresenta un governo con gli occhi rivolti al passato, non al domani. La conferma? La scelta di orientare tutta la vita pubblica attraverso le regole seguite da Maometto circa mille anni fa. Con i talebani al potere non ci può essere futuro ma solo paura e pericoli per la propria vita. Per questo tra la popolazione è diffuso capillarmente il desiderio di fuggire e si alza ogni giorno fortissimo il grido di tutti coloro che sono pronti a migrare verso l’Occidente e che chiedono, a gran voce, che l’Emirato Islamico non venga riconosciuto.

Come occidentali, come donne e uomini di buona volontà siamo chiamati ad ascoltare questo appello e a sostenere, anche fosse solo con la preghiera (per chi crede), questo anelito di speranza che non muore davanti alla tragedia di un potere inumano.

Mirko De Carli

( Consigliere Comunale a Riolo Terme e capogruppo del gruppo consiliare denominato “IL POPOLO DELLA FAMIGLIA”
Consigliere Nazionale e delegati ai rapporti conol Partito Popolare Europeo del movimento politico de “IL POPOLO DELLA FAMIGLIA”
Consigliere Nazionale ANCI )
http://ilpopolodellafamiglia.net/candidati/circoscrizione_nord_est/DE%20CARLI%20MIRKO%20CV.pdf